La fine del mondo c’è già stata. Non quella dei Maya, che periodicamente viene annunciata ma poi non succede niente. 
65 milioni di anni fa, giorno più, giorno meno, un enorme blocco di roccia proveniente da chissà quale angolo del Sistema Solare, prese di mira la Terra e precipitò al largo del Golfo del Messico.

Una mattina, che era iniziata come tutte le altre, dove oggi ci sono gli Stati Uniti meridionali, quei dinosauri che lì abitavano da tempi remoti si accorsero di una luce che lentamente diventava più luminosa del Sole.

All’improvviso, mentre la loro curiosità catturava i loro sguardi, l’esplosione (senza rumore, solo luce). Fu così forte da bruciare loro la retina, pur arrivando da 3000 chilometri di distanza. Pochi minuti dopo, accecati, impauriti, disorientati, vennero colpiti da una pioggia di schegge di vetro affilate come rasoi (i residui della roccia fusa e risolidificata) che gli lacerarono la carne. Ma era solo l’inizio, il peggio doveva ancora arrivare. Insieme al boato più forte che qualunque essere vivente nella storia avesse mai sentito arrivò il terremoto, grado 11 della scala Richter, il suolo veniva sbattuto come una tovaglia fuori dalla finestra. Bestioni di 7 tonnellate di peso, inermi, venivano scagliati in aria e cadendo le ossa andavano in frantumi. Una, due, tre volte, poi arrivò lo tsunami a travolgere quei pochi malconci che in qualche modo erano sopravvissuti, a coprire come una sudario tutto ciò che l’evoluzione della vita sulla Terra aveva prodotto fino ad allora.

Il resto del mondo non se la passò meglio. La polvere dell’esplosione produsse un inverno perenne, le piante non riusciavano più a crescere, gli erbivori morivano e a ruota, i carnivori non avevano più cibo. In poco tempo calò il silenzio sulla Terra 100, 100, 10000 anni di silenzio.
Questa è la ricostruzione attualmente più fedele della catena di eventi che un giorno ben definito cambiò la faccia della Terra e portò la vita, che con tanta fatica si era sviluppata, a un passo dalla totale estinzione.
Ma come siamo venuti a conoscenza di questo evento straordinario?

Negli anni ’70, un giovane geologo di nome Walter Alvarez, studiando delle rocce nella gola del Bottacchione, a due passi da Gubbio, notò una notevole discontinuità: a una roccia bianca, all’improvviso si sostituiva una roccia rossa, intervallate da un sottile strato che all’analisi risultava ricca di iridio, elemento raro sulla Terra. Inoltre gli strati inferiori erano ricchi di fossili, mentre queli superiori ne erano privi. Chiedendo aiuto al padre (Luis Alvarez, premio nobel per la fisica nel 1968) concluse che doveva essere successo qualcosa di improvviso e catastrofico.

Successivi ritrovamenti e analisi sono sfociate nel ritrovamento, negli anni ’90, del cratere di 180 km di diametro nel golfo del Messico. Non sono mai stato in Messico, ma so che è lontano, se un’esplosione laggiù ha depositato un sedimento in Italia (che allora era sotto il mare), dev’essere stata bella forte.
Percorrendo oggi la SR298, che da Gubbio attraversa la Gola del Bottacchione,

un’anonima rientranza della strada permette di fermarsi e trovare, indicata da un cartello, quella roccia.

Il punto esatto in cui accadde la fine del mondo. E’ un’esperienza che fa rabbrividire. Ma sopra il punto del disastro la roccia continua, metri e metri di sedimenti e a un certo punto la vita riappare, completamente diversa e prima inimmaginabile.

Riprendendo l’auto e proseguendo lungo la strada si arriva alla Basilica di Sant’Ubaldo, patrono di Gubbio,

con i tre “ceri” di 300kg che vengono portati in processione il 15 maggio. Da lì si vede la città, i resti romani, le mura medievali, la statua di san Francesco con il lupo, la chiesa delle prime serie di don Matteo e la piazza con la caserma del maresciallo Cecchini. E più lontano la dolcezza delle colline umbre, i segni dell’operosità dell’uomo, campi, strade, fabbriche.
Una catastrofe inimmaginabile un giorno ha distrutto tutto, succederà ancora? Nessuno lo può dire, ma nel frattempo godiamoci la bellezza di ciò che ci è stato dato, ne abbiamo tanta, anche solo in un pezzo di roccia.

Silvano Formenti

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