Diario di viaggio della terza tappa a piedi lungo la Via Francigena

Martedì 4 aprile 2017/ Mortara-Garlasco (PV) km 21

Siamo ospiti dell’Abbazia Sant’Albino a Mortara, lungo la Via Francigena (tratto lombardo).

Guerino è stato un gran russatore per tutta la notte. Avanti! Si riparte. Franca ha preparato la colazione per le 7.30 e alle 8 dopo una preghiera in chiesa siamo tutti pronti per partire. Ci incamminiamo: baldanzosi davanti i ragazzi, noi in mezzo e per ultimo, con passo lento, Italo che per un primo tratto continuiamo a vederlo.

Dopo un breve tratto di statale entriamo nel silenzio delle risaie. Sole splendido.

In lontananza la statale trafficata di camion. Passiamo da un’allevamento di oche.

Dopo un’ora giungiamo a Remondò. Piccolo paesino.

Nella piazzetta rincontriamo i ragazzi. Entriamo nel bar per un caffè. Sui ripiani vediamo una serie di foto di bimbi appena nati. E’ usanza, per chi vuole di portare la bar la foto del proprio bimbo nato. Bello! Un gran segno di speranza.  

Riprendiamo il sentiero e attraversiamo la statale e ferrovia. Praticamente il percorso corre in parallelo alla strada che corre verso Pavia.

La Via Francigena fa un zig-zag tra le risaie per risalire. Passiamo da una signorina di colore che attende clienti, la salutiamo, e più avanti sia per lei, sia per tutti recitiamo il S.Rosario. Dopo un’altra ora giungiamo in una cascina dove ci rinfreschiamo e risalutiamo i ragazzi che incontriamo. Stiamo camminando insieme.

Altro pezzo di cammino nei sentieri ed eccoci a Tromello.

Incontro inaspettato: ci viene incontro un ometto con una vecchia graziella colorata di tricolore.

“Pellegrini? Venite con me. Vi porto in un posto dovete potete riposarvi” Cosa si vuole di più! E’ un vecchio bar del paese, con tanto di liquori storici della mia gioventù: Rosso antico, Punto e Me et.

Un bar forse parrocchiale, in disuso da parecchi anni. Ma comodissimo: frigo con acqua fresca, salame et. L’ometto si chiama Carlo e da anni amico dei pellegrini.

Ci regala una pergamena in latino. Qui è stata una tappa fondamentale del cammino. Mette il timbro sulla credenziale e ci regala due spille Che riposo! Oggi per pranzo abbiamo la “simmenthal”.

Spediamo una foto ai blizzisti e Andrea Bellina ci risponde: dovete mangiare il salame d’oca! Ci ricordiamo di aver visto stamattina l’allevamento di oche. Ad un certo punto suona il cellulare a Carlo “In arrivo un altro pellegrino?” arrivo subito. C’è la vedetta all’inizio del paese che avvisa Carlo dell’arrivo di pellegrini: lui corre e li accompagna qui. Questa volta era Italo che era arrivato. E si ferma a pernottare qui. Ripartiamo e sentiamo da una finestra “Buon Cammino!” è Italo che dalla finestra della canonica ci saluta. 

Usciamo dal paese, seguendo le frecce ma anche seguendo l’App sul telefono e avanti tra risaie tra un bel caldo e il sole che ci bacia in fronte.

Costeggiamo un altro sub-canale per irrigazione per circa un’ora. Sosta per rinfrescarci e via per un sentiero di campagna che dopo qualche km ci porta al Santuario della Madonna della Bozzola a nord di Garlasco.

Sono circa le 15.30, non c’è anima viva, e alla fonte dell’acqua dove ci rinfreschiamo non troviamo Maddalena ma un signorotto che ci racconta delle sue disavventure col cuore e le sue operazioni: “Quando vengo alla festa con mia moglie qui, lei va in chiesa, io vado al bar. C’è troppa gente alla funzione”.

Anche noi cerchiamo un bar pregustando un bel gelato fresco ma oggi è giorno di chiusura.

All’interno del santuario deserto incontriamo due sagrestani che stanno sistemando le panche con una maniaca perfezione: con tanto di filo e di misuratore tra una panca e l’altra. Si raccomandano di andare a vedere oltre la Madonna anche la “Galleria”. Noi andiamo alla Madonna dell’apparizione.

Soli soletti recitiamo l’Angelus. Che pace. Dopo andiamo a vedere questa Galleria: una serie di dipinti e statue sulla vita di Gesù. Non mi prende molto. Ci facciamo mettere il timbro sulla credenziale e usciamo.

Riprendiamo il sentiero assolato: mancano due km ma siamo stanchi.

Sono lunghi. Il peso della zaino inizia a sentirsi. Ma lo mettiamo bene sulla schiena? A casa dobbiamo imparare a mettere bene lo zaino. E magari diminuire di un paio di chili.

Arriviamo nel tardo pomeriggio alla cascina Exodus dell’opera di recupero ragazzi creata da don Mazzi.

I ragazzi hanno tra i 15 e i vent’anni. Ci viene incontro uno giovanissimo (sapremo più tardi che era appena arrivato da due giorni) con due occhi belli ma neri affossati. “Pellegrini?” “Si”. Ci accompagna dal responsabile che ci accoglie e poi una addetta ci accompagna nelle camere.

Sono già arrivati anche i due giovani pellegrini ma per fortuna ci viene consegnata una camera diversa. Meno male stanotte si dorme, non sentiamo il russatore!

Doccia, lavaggio giornaliero e usciamo per andare a vedere il posto. Sale di ritrovo, campo di calcio. Presso la sede operativa ci offrono una torta e un buon caffè. Ma c’è qualcosa di strano tra di loro. Il rapporto tra i responsabili e i ragazzi: c’è tensione. Noi intanto andiamo fuori, vediamo la zona dove ci sono gli animali, vediamo alcuni ragazzi che giocano a calcio, chi sente musica chi chiacchiera.

Alle 19.30 cena comune con i ragazzi: un piatto di pasta e una salamella.

Dopo cena ci scambiamo due chiacchiere e incontriamo un ragazzo che abita nel paese vicino al nostro: ci racconta della fatica, delle poche speranze di trovar lavoro quando si uscirà, ci sembrano sfiduciati. Titti si ferma a giocare a carte col alcuni. Io mi ritiro. Giocando a carte intuisce che la tensione c’è perché due giorni prima due di loro avevano preso della droga tradendo tutto il lavoro fatto per il recupero. Gli assistenti delusissimi. I due si erano espulsi e andati via.

Stiamo per addormentarci quando bussano alla porta i giovani pellegrini chiedendo esilio da noi perché la loro camera è piena di cimici: addio notte tranquilla. Si insediano vicino alla Titti. Mi addormento abbastanza in fretta.

Ma la notte sarà tranquilla?


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