Il racconto del viaggio della mia amica Francesca Fornaciari

“La prima volta a Londra non si scorda mai”

Molti amici e amiche mi dicevano così, sorridendo davanti al fatto che io non ci fossi mai stata – loro che da quando sono in seconda media ci hanno fatto vacanze studio di ogni sorta.

È vero, la prima volta a Londra non si scorda mai, perché la capitale britannica è davvero un piccolo centro del mondo.

La mia partenza è stata accompagnata dalla paura degli attentati che l’hanno afflitta negli ultimi mesi, e al mio arrivo le tante foto dei dispersi della Grenfell Tower, arsi vivi, intrappolati in una torre oggi completamente incenerita, mi hanno messo davanti ad una città viva, ma che cerca di assorbire i drammi di ieri.

Londra mi è sembrata prima di tutto stanca, una città spossata.

L’ho girata in completa tranquillità, camminando tanto, ogni giorno, ma con la chiara consapevolezza che non avrei potuto vedere tutto, in soli 4 giorni. E dall’altro lato il desiderio di lasciare alcune cose da parte per avere la scusa di tornarci presto.

I turisti presenti, ma assenti i grandi pullman da turismo, davano impressione di trovarsi lontano dal cuore pulsante di moda musica e tecnologia, lontani quindi da tutto ciò che Londra richiama all’immaginario comune.

Un velo impercettibile di timore mi sembrava coprisse il caldo afoso delle mie giornate lì.

La quotidianità che traspariva dai gesti che ho intercettato, mi fa emozionare.

Le persone sono la cosa che, ostinatamente, cerco di più quando viaggio. E Londra è sicuramente un collettore perfetto di volti variegati, stratificati nella loro unicità.

Ne ricordo molti, i miei occhi li hanno come intrappolati in frame. E così rivedo l’uomo orientale che ci ha aperto casa, a Sheperd Bush, con gli anelli alle dita e quel raffreddore che gli rendeva quasi impossibile parlare. Così come cerco d’immaginare la padrona di casa, dai libri dai soprammobili e dalle coperte trovate all’interno.

Una coppia con un bimbo di qualche mese, che trasporta il passeggino all’interno di quegli angusti corridoi in salita che portano fuori dalla metro. Gli operai accaldati che si riparano all’ombra delle tettoie, mentre costruiscono mostri di acciaio, vetro e cemento nella city, così come le cameriere con i grembiuli e le crestine inamidate che in gruppo andavano a vanno a prendere il pranzo. I bambini biondi esaltarsi davanti all’Hogwarts Express e ancora di più i loro genitori. Gli hare-krishna, coloratissimi, invadere Trafalgar Square e regalare cibo a tutti, lanciando petali e facendo canti surreali.

I volti, tanti, che dormivano al fresco, nella sala verde della National Gallery, davanti a Tiziano, che non sapevo avesse anche poteri soporiferi. Le masse, la notte, fuori dai locali e il sole tramontare su di loro, così tardi. E poi gli autobus rossi a due piani, gli espositori di Portobello Road e le ballerine albine nel negozio fluo di Camden Town.

Una umanità in sordina, forse un po’ silenziosa e impaurita dai tanti fiori ai crocicchi delle strade. Ma in movimento, che poi è l’unica cosa che salva.

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