Giovedì 25 maggio 2006, ore 23.30

Ullapool

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Per la luce che entra dalla finestra mi sveglio presto, sono le 6.30. Qui il buio totale in questa stagione è dall’1 alle 3.30 di notte, poi inizia il crepuscolo. Colazione alle 8.30, sempre scozzese. Pier arriva più tardi: “Tempi biblici”, commenta Alberto.

Prima di partire guardo fuori con curiosità dei motociclisti olandesi che si preparano a partire: vestizione, hanno la cartina del percorso della giornata segnata davanti, borse, borsoni. Li saluto: anche loro avventurieri.

Partiamo verso la “Terra di Mordor, così chiamata dal Pier. Siamo nel cuore delle Highlands, le terre alte. C’è sempre vento impetuoso e fa freddo: sarebbero da registrare tutte le imprecazioni nostre di quando apriamo le portiere dell’auto per uscire. Egidio è sempre il primo che rientra.

La strada è sempre più spettacolare, squarci di rara bellezza. Con il tempo che migliora, Pier scopre dei paesaggi che l’anno scorso con il brutto tempo non aveva notato. Questo dà l’idea di come un luogo cambia con il mutare del tempo. Ma lui ama di più questi luoghi col brutto tempo, sono più consoni. Passiamo davanti a dei resti di un castello, ma Pier non lo fotografa perché c’è troppa luce. Mah!Giungiamo in una valle infinita. Non ci sono segni dell’uomo. E’ come essere all’inizio del mondo.

Sulla cartina stradale sono segnati dei paesi, ma quando arriviamo c’è solo una casa! La cartina segna una casa!

A ridosso dell’oceano con un vento forte, notiamo un tedesco con maglietta a maniche corte, noi sembriamo scalatori sull’Everest. A Egidio scappa che preferisce il mare e il caldo di Rivabella: Pier quasi lo scaraventa fuori dall’auto, cerco di calmare gli animi.

Giungiamo nel punto più a nord di tutto il nostro viaggio: Durness. Davanti a noi l’oceano infinito. Pit-stop in un caratteristico bar: zuppa e panino con il tonno. Vedendo il giovane che ci serve sottolineiamo come deve essere un’esperienza ricca l’andar via di casa, senza amici, in una terra straniera: è un’esperienza che serve per tutto, per svegliarli e uscire dalle calde ali del luogo casalingo.

Intanto Egidio, in crisi di stomaco, mangia poco: afferma che la zuppa gonfia. Esco prima degli altri e scopro un negozietto di ceramica, sassi marini, oggetti costruiti con il materiale del mare: prendo un ricordo per la Titti: so che ci tiene.

Ripartiamo costeggiando la costa e sostiamo in una spiaggia a riempire delle bottigliette con l’acqua di mare. Alberto si bagna le scarpe e le calze e ripartendo le mette fuori dal finestrino per asciugarle.Pier intanto vuole ritrovare una valle che ha visto l’anno scorso e quindi andiamo ancora avanti. Il tempo si è messo bello, intorno a noi nel cielo vediamo tutti i tipi di nuvole. Ogni tanto qualche scroscio d’acqua. Il vento diminuisce, ma la valle non si trova. Giungiamo a Tongue. Pier dice di aver superato il punto dove era arrivato l’anno scorso. Decisione da prendere, così ci fermiamo: o tornare dalla strada fatta o percorrerne un’altra più stretta ma con posti sconosciuti nel centro delle Highlands per circa 70 miglia. Decidiamo per quest’ultima e l’affrontiamo.

Panorami, squarci sempre più belli. Non ci sono abitazioni, terre coltivate. Terra incolta, divisa da mura di sassi dei proprietari. Pecore, pecore.

Il vento diminuisce, ma in una sosta a Egidio vola via il cappello in una pozzanghera. Causa nervo sciatico del Pier, facciamo sosta a Lairg. Siamo proprio al centro delle Highlands.Riprendiamo ed entriamo in una valle con tanto di torrente pieno di trote e salmoni. Per 20 miglia troviamo 2 abitazioni. Alberto se ne innamora e spera di tornare con la moglie perchè è un grande amante della pesca. Frase del momento: “Ognuno scelga la sua valle“. C’è nelle vicinanze un grazioso alberghetto. Colgo un ramo, pieno di spine, della pianta tipica di qui: un fiore giallo che profuma di cocco. Chissà se a casa si sentirà ancora il profumo?

Egidio, sempre più vicino all’espulsione, chiede di fermarsi ad una cabina telefonica per fotografarla: la troviamo più avanti e Pier fa un’opera di carità fermandosi. Velocemente scendiamo a Ullapool.

Doccia veloce e giù a piedi nel bar tipico di ieri sera. Menu: zuppa, haggis (piatto tipico con carne di pecora insaccata accompagnata con purè, mescolato tutto insieme), birra e whisky. Alberto per scegliere quello giusto, lo chiede al barista: è veramente ottimo. Il migliore costa 12 sterline per 50 ml! Ad un certo punto spostano i tavoli: stanno preparando lo spazio per un concerto di 3 ragazzi. Ma noi pensiamo di alzarci e uscire.

Un giro per il porticciolo dove ci sono barche da pesca grandi e piccole. Da qui due volte al giorno parte la nave per le Isole Ebridi (2 h e 40 min). Notiamo anche una cesta di gamberi. Abbandonata?

Tornando al B&B notiamo che la serata è limpida, non più fredda e il vento non c’è. Sprofondati nel salotto con vista oceano, Pier si beve un tè.

A mezzanotte a letto, ma prima devo scrivere gli appunti della giornata. Domani si ricomincia a scendere, verso l’interno. La Titti mi manda un messaggio che dice che domani “andrà a nord” e che Franci ha fatto il primo goal con la Tritium.

Adesso guardo la strada di domani e buona notte. Sono le 23.50 e fuori comincia a diventare buio. Dimenticavo: il porto e il locale dove abbiamo cenato è intitolato a “Pier”. C’è sotto qualcosa?

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