Posto 82, basso. Cabina promiscua. 
Compagni di viaggio vari.
Siamo partiti ieri, una freccia ci ha portato in un tiro di schioppo a Roma. Qui, i guai. 120 minuti di attesa, di ritardo.
Le ore trascorrono a rilento: non dormo, osservo le stazioni come fossi sospesa nel nulla, e per tornare alla realtà ogni tanto chiedo aiuto a google Maps. Apro gli occhi che i binari volano a pelo d’acqua in Calabria. E da lì è un attimo che il treno venga spacchettato e chiuso dentro un traghetto per passare lo stretto. Una surrealtá che incanta i miei occhi bambini. 


Ci siamo. Terra: Messina. 
Ancora treno, giù giù. Taormina, Gerre, Acrireale. Catania. La nostra. Scendiamo. Alla ricerca del pullman per Pozzallo. Ci siamo quasi, questa volta davvero. Nonna Amalia, abbronzata e a fiori ci aspetta alla stazione del pullman. La pasta con il pesce è sul fuoco, ci attende. 
Casa, già. Muri pastello e terrazzi luminosi mi abbagliano. Scranni di plastica in mezzo alla via.
Ombrelli colorati in spiaggia, borse frigo, sedioline, mai viste in Riviera. 


Gente a crocchi. 
Il primo bagno. 
I colori del cielo sono tono su tono con quelli del mare. 
Chiedo ad Andrea di portarmi a vedere il porto, mi piacciono i porti.
Cerchiamo qualcosa di preciso- gusci di legno scalfiti dalle intemperie: colori e nomi arabi. Barche dell’orrore che vengono da lontano. I giubbotti di salvataggio sono ancora lì. Voglio che questa sia la prima immagine di Sicilia. 


Lo devo a quell’umanità che qui ha scali di speranza. 
Terra di fuoco, di fichi, di olive e di ospitalità.

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