Portopalo di Capopassero e Palazzolo Acreide. 
Una combinazione di luoghi e di nomi. Partiamo alla volta di Portopalo che è mattina inoltrata: alle nove c’è già un caldo disumano. La Corsa azzurrina si lancia sulla litoranea, chilometri di spiagge ci invitano a buttarci, solo per un tuffo.

Ma noi continuiamo, “la meta non è lontana e merita davvero” mi bisbiglia Andrea: il vento è caldo, ci sono 38 gradi e mezzo. Continuiamo.
Attraversiamo Pachino, la patria dei celeberrimi pomodori – vivono in serre lunghe e basse che circondano i prati arsi. Li vendono anche essiccati nei crocicchi della strada. 
Con l’ombrellone sotto braccio cerchiamo la barchetta che ci faccia da Caronte, una lingua di sabbia davanti a noi. 
Vogliamo che il nostro tuffo sia davvero nel mare più a sud d’Italia, e attracchiamo in una isoletta che è macchia mediterranea pura. Il forte spagnolo, in lontananza, svetta. Davanti a noi una tonnara abbandonata. Ancore, reti e una barca che si chiama Nessuno, sono accatastate all’interno. L’epica qui è di casa, più viva che mai.


L’acqua è limpida che di più non si può. Tutto è selvaggio ma il mare è calma piatta. Non si sentono i tormentoni dell’estate e gli schiamazzi, solo l’eco di un sole di fuoco. 
Due granite. Mandorla e Gelso, prima di risalire in macchina.
Palazzolo Acreaide è incastonato dai monti Iblei. La vegetazione è bassa. Non incontriamo una macchina per un tempo lunghissimo. Attorno alla città, una necropoli e un teatro greco baciano il paesaggio.
La città è una chicca barocca completamente saltata dagli itenerari turistici convenzionali. Sembra abbandonata. Camminiamo per i vicoli delle strade in silenzio, a farci compagnia solo dei lampioni arancioni. Di Palazzolo Acreide bisogna guardare i balconi.

Al civico 127, di una via che dovrete scoprire solo andandoci, c’è il più lungo di tutta la Sicilia. Tante teste lo sostengono, non c’è un dettaglio uguale. 
Le persone continuano ad essere nascoste: le staniamo tutte davanti alla chiesa di san.Sebastiano; il corso sfrizzola perché tra poco è festa grande.

Ceniamo in una trattoria, prima di entrare danno un uovo sodo, con sale e peperoncino. 


La discesa per tornare a casa è tutta nel nero: tra la luna e le stelle incontriamo una volpe. 
Mentre la musica scorre, penso agli antichi greci, che hanno fatto di quell’angolo di mondo, brullo, secco e bruciato, casa. E penso ai pionieri, ai fondatori di villaggi, agli esploratori. Come hanno trovato i nuovi mondi? Come hanno capito che potevano essere davvero il posto giusto?

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