Entrare in una storia, in una favola, in un racconto a metà tra il metafisico e quella letteratura del secondo novecento, che mi piace così tanto. Oggi. 
Mi ci sono immersa a capofitto, senza leggere nemmeno una riga, se non quelle della fedele guida Routard (l’unica accettata di buon grado nei viaggi). Non ho letto nemmeno una riga, eppure, tutto quanto, tutto, mi sembrava di averlo già visto. E forse era così. 
Le città del mondo, di Vittorini, tintinnavano nel mio immaginario ogni gradino che salivamo, a Scicli. 


La temperatura folle, il vento caldo, gli edifici barocchi di un bianco accecante, si alternano a panni stesi, nel centro città. Una chiesa chiama un’altra. Gli interni bianchi e blu, freschissimi e a pianta ovale sono involucro di muri bugnati e balconi retti da creature fantastiche. 


E quando sentiamo la custode esaltare la vista che si ha dal promontorio su cui svetta la chiesa di San Matteo, ma scosigliare la scalata per il caldo..l’orologio batte i 12 rintocchi. Noi ci guardiamo, complici, e iniziamo la salita. Si scivola sulla strada lastricata. Ci lanciamo acqua. Ci sono 40 gradi. I miraggi ci fanno pure scorgere Luca Zingaretti, vestito da quel figo di Montalbano aggirarsi con la Tipo nella piazza del comune. I cactus abbelliscono i balconi, e noi arriviamo in cima.

La città a 360 gradi è avvolta dalle colline. I toni, i colori, si mimetizzano gli uni con gli altri tanto che Scicli sembra davvero apparire e scomparire, come un sogno.
Tempo di scendere e corriamo fino a Sampieri, contrada Pisciotta. Spiaggia, mare soprattutto. Blu e verde. Piantiamo l’ombrellone. E siamo già dentro, ma dietro gli scogli l’ennesima fiaba per me. Uno scheletro di fabbrica in mattoni bianchi.

Lo stabilimento bruciato. Una sorta di cattedrale laica sul mare. Costruita nel 1909, al suo interno si producevano i mattoni che rimisero in piedi Tripoli, nel 1911. 
Poi, nel 1924, bruciò. Certi dicono che furono i fascisti, altri i socialisti. Sta di fatto che un colpevole oggi a distanza di quasi cent’anni ancora non c’è. È rimasto l’enorme carapace, d’una bellezza surreale con la luce delle sei, che sembra voler guardare giù, le onde infrangersi sugli scogli.

Commenti