Riserva naturale di Vendicari.
Il mare selvaggio come non ero abituata a vederlo. Per raggiungere la spiaggia della vecchia tonnara, dove decidiamo di piantare l’ombrellone, dobbiamo camminare un pochino, tra bambù, frasche varie, sabbia e tante mosche. Un vero e proprio pellegrinaggio – quello dai parcheggi alla riva – per le famiglie del sud, dotate degli armanentari più improbabili: ombrelloni, tende, borse frigo, mini bar, ventagli, giochi per i piccoli, gonfiabili- chiamali stupidi. 
Vendicari è incontaminata.

Non ci sono stabilimenti, bagni, nemmeno docce nell’arco di chilometri. La costa in compenso è disseminata da animali, volatili soprattutto, pesciolini, e paguri. Diversi metri di sabbia transennati, sono riservati all’intimità delle mamme tartarughe, che fanno la schiusa. 
Non una barca. Non un motore. Tante alghe.


A fianco a noi un ombrellone rosso, sotto due uomini che passano le ore parlando dei più improbabili argomenti, dalle macchine per le centrifughe ai programmi ministeriali d’insegnamento di italiano nei licei. La tonnara, come reperto storico di una cultura antica come la storia della Sicilia, che mixa arabi e fenici. Ci lessiamo letteralmente al sole, e siamo pronti quasi per la salamoia. Facciamo 9 km solo per trovare una doccia. Beviamo due litri di acqua ghiacciata e Noto, ci accoglie con un tramonto dalle mille sfumature del rosa.

La giriamo, mi innamoro delle sue chiese, delle scale e delle facciate dei suoi palazzi. Ancora in quel pazzesco stile barocco usato dopo il terremoto del 1693.
C’è chi suona, chi osserva, c’e anche una sposa radiosa sulle scale del duomo. 


Tutto è semplice, puro, tranquillo e genuino, come le sarde, la ricotta e le panchine gremite di anziani che da lì decidono le sorti dei loro mondi.

Commenti