La bellezza. 
In questi giorni in Sicilia, mi sto rendendo conto che non è uguale per tutti. Io sono fortunata. Riprendendo in mano carta e penna – sì, perché oltre a questi pensieri sconclusionati e virtuali, mi accompagna il taccuino rosa dei viaggi – si riprende in mano il filo dei pensieri. E così, fra i tanti chilometri che stiamo macinando, ancora una volta mi ritrovo a rimanere incantata non solo dai luoghi ma anche dalle persone che li popolano.

Come se la bellezza venisse sí dalle cose viste, dai monumenti antichi, dai colori del cielo, ma allo stesso tempo è come se realizzassi, più vado avanti, che il centro è proprio quella umanità fatta di incontri e di persone. Con cui condividere. Che la concretizzazione ultima e vera del bello avviene solo quando si riflette nelle storie delle persone.
E così stamattina, alla tappa uno, all’ Etna, trovo David. È Veneto, ed è rimasto a casa dal lavoro; ha preso un motorino ed è partito per scoprire la Sicilia. Doveva stare via 20 giorni ma non è ancora tornato. Vive di ospitalità e di paradossi. È un riflesso di ciò che ha intorno? Non so ma l’Ospitalità è la stessa che ho percepito, trovato, inaspettatamente – nel contrasto nero e blu dell’Etna.

La bocca fumante, placida e silenziosa, i sassolini, le rocce. Pensavo mi sarei trovata davanti ad uno scenario distruttivo, temuto: invece no. Era diverso. In un modo tutto suo ospitale. Il nero avvolgere come in un mantello le pendici della montagna, ma le macchie gialle presenti – spuntantare, aumentare sempre più verso il rifugio Sapienza, il campo base.
L’Etna è un mondo nel mondo. Un altro pianeta. Camminare sul margine di crateri, affondare le scarpe nella granella di lava, immaginare buchi che si creano sempre diversi per ogni eruzione, e avere folate di vento continue, sono state per me come una coccola fresca mentre ai nostri piedi si allungava una distesa calda gialla e verde, in lontananza il mare. 
Una bellezza disarmante affiancata alla natura. Pura e selvaggia. 
Scendendo nell’entroterra e attraversando i tanti paesini “etnei” arriviamo a Taormina, che per ora vediamo solo dall’alto: ma che alto. Quello di Castelmola. Mille abitanti. Chiesette, case dalle porte colorate, mici, vino alle mandorle di Torrisi – il bar fallico (ma questa è una storia diversa. Lasciatevi solo incuriosire).


Un caleidoscopio di colori, di racconti, di estetismo puro che, dal secondo 800, trovò rifugio tra i muretti a secco dell’entroterra catanese. In questo piccolo scrigno che potrebbe essere un presepe i belvedere affacciano sul blu, il resti del castello dominano il piccolo promontorio. Da un lato l’Etna fa sospiri attorcigliati, dall’altro la luna piena si specchia nel mare.

Guardiamo l’orizzonte diventare nulla su delle seggioline tutte spaiate: una signora dell’est trapiantata in Svizzera studia l’italiano vicino a noi. Racconta che Castelmola ha su di lei dei poteri magici, parla di energie positive, rigeneranti. Spesso – dice – tra le rovine della ricca si è sorpresa a piangere. Non deve essere la prima volta che guarda il tramonto da lassù.
E io, che pur credo nella magia, mi ritrovo finalmente a riprendere il filo dei pensieri, scrivendolo sotto dettato da questa Bellezza umana che per una sera, diventa maestra e mi insegna. Mi insegna tanto. 
Regalandomi tante piccole pillole. Cerco di farne scorta, e di portarle a casa con me.

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