Roma nel primo weekend di marzo, di questo modo che climaticamente sembra un po’ sballato, è confusa.
I turisti che navigano nelle vie principali, inseguendo chi il Pantheon, chi piazza di Spagna e chi la fontana di Trevi, e sembrano dividersi in due grandi categorie.

La prima: quelli del –alprimo raggiodisolecaldosubitocanotteeinfradito e la seconda, quella del – èmarzomica possogiàsfoggiarelecollezioniestive, e via di cappelli di lana e piumini con il pelo. 
Il risultato è quella solita bella accozzaglia umana che mi piace osservare. 
Sono i piccoli dettagli però quelli che mi fregano sempre di una città, e che la fanno decretare, o vincitrice o vinta, ai miei occhi.

Per Roma, non saprei forse da dove iniziare, ma probabilmente dal viaggio, in treno. A un’ora in freccia rossa da Roma, collocata in una geografia indefinita, c’è un panorama che m’incanta ogni volta, mentre sfreccia tra campagne che sembrano calde anche d’inverno. Con greggi, con terra, prati e rigagnoli. Con geometrismi che sembrano disegnati a pastello e case abbandonate, che sogno di poter comprare tutte.
Il venticello. L’aria, un po’ più pura, in cui planano gabbiani grossi come tacchini. Quella stessa aria che si incarta tra i muri delle case che hanno colori caldi e belli. 

Le persone. I turisti, così come i mimi, stanati a truccarsi la faccia di verde dietro un’androne a Trastevere, i suonatori di strada e i mendicanti. I venditori ambulanti, quelli di piazza del Popolo e quelli della stazione Termini, a ogni etnia il suo prodotto, questa volta il must sembrano degli uccelli di latta che volano.

E poi loro, i romani. O presunti tali che non so riconoscere se non da quella parlata truce e allo stesso tempo da favola. Quelli che mangiano fuori da scuola in piazza Trilussa, quelli che parcheggiano la macchina scalcagnata in pieno centro, tanto da non capire come mai potranno uscire da quel dedalo; quelli che camminano, quelli anziani che mangiano a fianco a noi all’osteria, e che si amano da una vita, forse di più. Le famiglie che giocano a volano nel giardino del MAXXI. I papà seduti per terra disegnando campana per piccole bimbe ricciute.

I monumenti ovunque. Chiese. Palazzi, resti di colonne, affreschi, catacombe. Il sacro e il profano. Il foro di notte, illuminato a metà. Le pietre d’inciampo che contengono storie, e chissà quante così sono nascoste, non raccontate e un po’ calpestate. L’edera sui palazzi, che decora e allo stesso tempo mangia ciò che la circonda.

I quartieri – ognuno con le sue vite, la sua aria, le sue persone, i suoi locali e i suoi monumenti.
Le contraddizioni. L’università e i centri sociali, che mi raccontano essere quasi alla pari fucine di idee.

Le mostre, d’arte antica o prettamente contemporanea. Le ONG a fianco delle istituzioni.

Le chiese cattoliche, le sinagoghe ebraiche, i vari credo, che per pregare suonano batterie, cantano gospel o aprono semplicemente la stuoia, guardando la Mecca, pur essendo di a fianco di un parchimetro a gettoni.
E il Tevere. Che scorre, calmo, forse un po’ triste e lento ma che si imbizzarrisce, di notte, mentre attraversiamo, tornando, l’isola tiberina.


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